Campania Licenziata dopo 27 anni di servizio: “Così muore la sanità di prossimità”

licenziamenti per massimizzare i profitti

Ha chiesto l’anonimato “per timore” di non riuscire a trovare lavoro. La chiameremo dr.ssa Laura, anche se – ci tiene a precisare – è un Tecnico sanitario di laboratorio biomedico.

Dopo 27 anni nello stesso laboratorio, il 30 dicembre 2025 si è ritrovata senza lavoro, “di punto in bianco”, con una bambina piccola a casa. La sua storia ci è arrivata tramite un lettore, colpito dal suo messaggio di sfogo pubblicato su Facebook. Le abbiamo posto alcune domande per comprendere cosa stia accadendo con il processo di riorganizzazione della rete dei laboratori in Campania.

Dottoressa Laura, come Le è stato comunicato il licenziamento?
“Il titolare della struttura era molto provato. Ci ha detto che, nonostante avesse aspettato fino all’ultimo giorno, si è visto costretto a licenziarci perché, dal 2 gennaio 2026, una circolare della Regione Campania preannunciava la sospensione dell’accreditamento.”

Quante persone sono state licenziate?
“In totale quattro, compreso il biologo direttore.”

Cosa le ha spiegato nel dettaglio il suo titolare?
“Che si sentiva incastrato. Aveva atteso fino all’ultimo giorno di dicembre per capire se, magari con il cambio dell’amministrazione regionale, si potesse trovare una soluzione condivisa per salvare i lavoratori e il servizio. Ma non c’è stato nulla da fare. Era completamente avvilito: diceva che è l’unico caso nel panorama italiano in cui un datore di lavoro cerca di mantenere in vita la propria impresa e la politica invece lo obbliga a licenziare e vendere, anzi – ha detto – a licenziare e svendere.”

Lei parla di “lavoro prezioso”. Non erano solo analisi?
“Nel nostro laboratorio, anche se al di sotto di quella che definiscono ‘soglia di efficienza’, io credo e sono certa che eravamo più che efficienti. Ci prendevamo cura delle persone, non solo dei campioni. Abbiamo contattato tempestivamente persone con emoglobina a 5 per indirizzarle subito in ospedale per una trasfusione.

“C’è una cosa che non si misura con le prestazioni e non ha una soglia: il tempo necessario perché un numero diventi comprensibile. Molte persone, soprattutto anziane, non hanno strumenti per capire cosa significhi un valore fuori norma, non hanno confidenza con termini medici, non sanno leggere la gravità dietro un numero. E non è colpa loro.

In quei momenti noi non facevamo solo analisi, ci prendevamo il tempo di spiegare, di richiamare, di parlare con un figlio, un nipote, di costruire fiducia. A volte serviva una comunicazione continua, paziente, quasi educativa, per far capire che non si poteva aspettare. E quando capivamo che c’era urgenza, ci attivavamo noi, contattando il medico di base o i medici delle strutture pubbliche per velocizzare la presa in carico.”

La clientela era affezionata, c’era fiducia. Per me questa è efficienza: un servizio essenziale, analisi di base, ma refertate in poche ore dal prelievo. Adesso, diventando un punto prelievo, questo non si vedrà più..”

Perché dice che non si potrà più vedere quel tipo di servizio?
“Perché il campione verrà raccolto in quella sede e poi trasportato per chilometri, analizzato in sedute accorpate e poi validato. Passerà molto più tempo tra il prelievo e il referto. E si perderà anche la “storia” del paziente, sarà un codice a barre in viaggio.”

Ci faccia un esempio concreto di questi tempi.
“Innanzitutto non sarà più possibile fare un emocromo “a caldo”, cioè un emocromo eseguito subito, mantenendo il campione a 37 °C, utile quando l’emocromo standard rischia di essere falsato, per esempio da fenomeni di agglutinazione a freddo o altre interferenze che alterano i conteggi. Un campione di sangue venoso prelevato alle 7:30, se tutto va bene, viene ritirato tra le 12:30 e le 14:00. Poi, il corriere deve trasportarlo dal centro di Napoli fino all’HUB, che mi hanno detto si trova a Pagani, dove eseguono milioni di analisi al giorno.”

Lei associa “milioni di esami” a “maggior qualità”?

“No. Anzi, credo il contrario. Il referto analitico richiede una validazione autentica, con la firma di chi se ne assume la responsabilità. Validare non significa solo controllare che la macchina sia tarata o che i controlli di qualità siano rientrati, significa rendere quel risultato coerente, contestualizzato e soprattutto utilizzabile clinicamente.

Mi chiedo come fanno a validare milioni di analisi al giorno e a renderle davvero clinicamente utilizzabili? Perché ciò che viene rilasciato deve essere un referto, non un semplice “dato macchina”.

Se la validazione diventa un gesto automatico, un passaggio meccanico legato ai flag dello strumento o alla procedura informatica, tanto vale far firmare tutto a un perito industriale o a un informatico. Ma quella non è medicina di laboratorio: è solo produzione di numeri.”

Nel vostro laboratorio come garantivate la qualità?
“Con controlli e procedure. Facevamo controlli qualità interni ed esterni e partecipavamo a programmi VEQ.”

Può spiegare cos’è la VEQ?
“La Valutazione Esterna di Qualità: verifiche con campioni ‘di prova’ e confronti tra laboratori, per controllare dall’esterno che i risultati siano affidabili e in linea con standard e procedure.”

Le istituzioni le hanno manifestato vicinanza?
“No, assolutamente NO.”

E il suo Ordine professionale?
“Non lo so. Io sono iscritta all’Ordine dei Tecnici sanitari di laboratorio… ma non ho mai saputo nulla, né visto manifestarsi un interesse reale per i diritti dei professionisti in questo ambito.”

Ha mai sentito parlare, dal collega biologo, dell’Ordine dei Biologi su questa riorganizzazione?
“No, assolutamente. Mai sentito nulla.”

Ha mai sentito parlare della “rete-contratto”?
“Sì, ne sentii parlare anni fa. Ma credo non sia stata appoggiata perché le multinazionali non avrebbero massimizzato i ricavi come fanno accentrando macchine e personale.”

Ha saputo che il 31 dicembre la Regione Campania – con una nota – avrebbe chiarito che la sospensione dell’accreditamento per i laboratori sotto soglia non sarebbe “automatica”, ma solo dopo un atto formale? 
“No, non ne so nulla. Lo apprendo ora. E questa cosa, le dico la verità, un po’ mi fa rabbia. Se una nota del genere fosse arrivata due giorni prima, il 29 dicembre, magari oggi avrei ancora il lavoro. Magari il titolare non sarebbe stato costretto a licenziarci in fretta e furia, con le feste in mezzo e con la paura addosso. È questo che fa male, noi siamo persone, famiglie, e veniamo trattati come una pratica che può aspettare.

Che messaggio vuole mandare, oggi?
“Vorrei che chi ci governa si facesse un giro nei laboratori di quartiere, quelli della vera prossimità, per capire che ruolo prezioso svolgono per la cittadinanza, soprattutto anziana.

Adesso mi tocca rimettermi a cercare lavoro, e non sarà semplice: dopo 27 anni in un settore sanitario così specializzato, e con la consapevolezza che lo stanno smantellando per svenderlo alle multinazionali — le stesse che hanno acquistato il laboratorio in cui lavoravo — non credo sarà facile trovare un posto nello stesso ambito in cui ho costruito la mia esperienza.

Eppure non mi spaventa ricominciare altrove. Chi lavora davvero, con serietà e professionalità, conserva una dignità che molti politici e alcuni rappresentanti di categoria hanno dimenticato. Io quella dignità la difenderò, per poterla tramandare a mia figlia.”

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