Ministeri Un emendamento evita la chiusura di migliaia di Laboratori

“Bene l’emendamento, ora serve una regia unica per evitare che la sanità diventi un oligopolio” intervista ad Elisa Interlandi, Presidente AnMed. 
Milleproroghe

La riorganizzazione delle reti di laboratori è stata inserita nel decreto Milleproroghe grazie a un emendamento. Per chi opera nella medicina di laboratorio non è soltanto un aggiornamento normativo, ma un passaggio con un peso etico e politico, perché incide sulla qualità, sull’equità e sulla prossimità dell’assistenza. ANMED rivendica questo risultato come una conquista ottenuta attraverso il lavoro della dr.ssa Elisa Interlandi, che ha portato ai decisori istituzionali la misura del rischio soprattutto per le regioni chiamate a uscire dal piano di rientro.

“Era indispensabile che una parte politica cogliesse finalmente il punto, non stiamo parlando di un dettaglio corporativo né di un tema per soli addetti ai lavori”, sottolinea Interlandi. “La riorganizzazione, così come è stata condotta in alcuni territori, non si traduce subito in un blocco visibile delle prestazioni, i referti arrivano e in apparenza tutto funziona. Ma intanto produce effetti profondi, impoverisce la rete, altera gli equilibri, riduce la prossimità, mette sotto stress la qualità e apre la strada a dinamiche di potere economico”.

Secondo la presidente, la Campania è uno dei casi più emblematici. La scelta di un unico modello aggregativo hub & spoke, spiega, ha progressivamente trasformato i laboratori sotto soglia in meri punti prelievo, svuotandoli di personale e competenze. “Dietro parole come efficienza, ottimizzazione e razionalizzazione si sta consolidando una deriva finanziaria”, osserva. “La riorganizzazione nata dalla soglia minima di efficienza prevista dall’Accordo Stato-Regioni del marzo 2011 si sta trasformando in una spinta alla concentrazione, con volumi enormi che finiscono nelle mani di due o tre grandi gruppi. Quando oltre metà delle prestazioni è gestita da pochissimi soggetti, si tratta di oligopolio”.

La conseguenza più immediata, avverte Interlandi, è l’impoverimento della rete territoriale. “I piccoli laboratori, che per anni hanno garantito capillarità, chiudono o vengono inglobati. Il territorio si svuota. E quando un laboratorio chiude non perdiamo solo un’insegna, perdiamo professionalità, tempi di risposta locali, capacità di dialogo clinico con i medici del posto, servizi domiciliari, conoscenza delle fragilità di quella comunità. Aumentano le distanze tra prelievo e analisi, e con le distanze aumentano rischi organizzativi e criticità”. È una traiettoria che il settore aveva già visto profilarsi anni fa. “Già nel 2009 Agenas metteva in guardia dal rischio di ridurre i laboratori diagnostici a catene industriali scollegate dal contesto clinico. Oggi quelle parole suonano quasi profetiche. Se la diagnostica diventa solo produzione di volumi, perde il legame con la medicina, con il paziente, con la presa in carico”.

Il nodo, insiste Interlandi, non è soltanto economico. “Non è in gioco un assetto di mercato, è in gioco il modello di sanità. La diagnostica non può diventare una produzione industriale orientata ai volumi e scollegata dal contesto clinico e dal territorio”. In questo quadro, aggiunge, pesa l’attrattività crescente del settore per investitori e fondi. “Vediamo sempre più spesso logiche buy & build, si compra un grande laboratorio e poi si inglobano progressivamente le realtà più piccole. Il ROI diventa il baricentro delle scelte a discapito di qualità, prossimità e tempestività. I piccoli laboratori chiudono, le distanze aumentano, il dialogo clinico con i medici e con le comunità si indebolisce”.

L’emendamento nel Milleproroghe assume così il valore di un argine anche perché, denuncia Interlandi, la gestione quotidiana del comparto è segnata da contraddizioni difficili da giustificare. “Ci troviamo di fronte a una gestione economica che appare schizofrenica. Per la medicina di laboratorio si limitano i fondi, si bloccano i budget a metà mese e, per fare un esempio concreto, un paziente oncologico è costretto ad andare in ospedale anche solo per un emocromo. Con risorse adeguate nel settore accreditato, lo stesso esame si svolgerebbe a casa, con prelievi domiciliari gratuiti, ridotti rischi e maggiore continuità di cura”. E non è l’unica incoerenza che segnala. “Mentre si ripete che i fondi non ci sono e che il fabbisogno è già soddisfatto, emergono risorse per spostare la diagnostica in farmacia. Il rischio è duplice, si finanziano percorsi meno controllati e spesso rimborsati di più, con un inevitabile abbassamento della qualità”.

Da qui la richiesta di chiarezza e coerenza, con una sola linea istituzionale che governi davvero il processo. “Sembra di vedere due penne, una firma apre e l’altra chiude, un parere legittima e l’altro smentisce”, conclude Interlandi. “Quando la traiettoria cambia così spesso viene naturale chiedersi se la rotta sia davvero dettata da criteri tecnici o da equilibri di potere e interessi che si muovono nell’ombra. Bene che la politica abbia compreso l’urgenza, ora serve una regia unica e coerente, la priorità deve essere la salute dei cittadini e la tenuta della sanità di prossimità, non gli interessi di pochi colossi”.

Interlandi chiama direttamente in causa anche la Regione Campania e il neo-eletto presidente Roberto Fico. “Non intendiamo fare appelli di principio né attribuire colpe. Chiediamo solo un confronto vero, trasparente e documentato, per mettere sul tavolo numeri, evidenze e soluzioni praticabili. Se ci sarà questo spazio di ascolto e di verifica, siamo convinti che il presidente Fico saprà valutare con onestà intellettuale la portata del problema e scegliere una strada che gli consenta di uscire dal piano di rientro senza scaricarne il costo su operatori sanitari e qualità del servizio sanitario”.

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