La versione ufficiale parla di razionalizzazione, qualità, modernizzazione. Ma tra laboratori accreditati e sanità territoriale, l’effetto percepito è un altro: tagli, riduzione dei rimborsi, rischio chiusure e licenziamenti, e un sistema spinto verso concentrazioni che allontanano decisioni e servizi dai territori.
In questi giorni, le parole di Papa Leone XIV accendono i riflettori impietosi su ciò che sta accadendo: “Mentre un’economia distorta induce a trattare gli uomini come merce…”.
Quando l’economia è distorta la salute diventa il business ideale e diventa partita contabile: i lavoratori diventano “costi” da abbattere, i cittadini “prestazioni” da accentrare, i territori “dati” da comprimere. Non è una riforma, non è efficienza, è accentramento di potere ed economia, è ridisegno delle regole senza il respiro della realtà quotidiana.
E qui dovrebbe entrare, con forza, la Costituzione, la più bella del mondo. L’articolo 3, comma 2 non è un semplice richiamo di stile, è una bussola preziosa, quasi il segreto del buon governo. Indica alla Repubblica la via maestra, cioè rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano libertà e uguaglianza, e che frenano il pieno sviluppo della persona e la partecipazione effettiva dei lavoratori alla vita del Paese.
Se una riforma, invece di sciogliere nodi, ne stringe di nuovi — desertifica i servizi, indebolisce la sanità di prossimità, disperde competenze, colpisce senza distinzione i territori — allora non siamo davanti a un atto neutro, “tecnico”. Siamo davanti a una scelta che ha un peso politico pieno, e che sarà giudicata in base alla fiducia degli elettori, come già è successo a livello regionale.
Perché c’è una verità semplice. Governare, nel senso più alto, non è amministrare. E non è né destra né sinistra. È visione, è lungimiranza, è capacità di tenere insieme un Paese oltre le ideologie. Chi governa, ricuce, riequilibra, restituisce dignità e così, inevitabilmente, conquista fiducia. Questa è l’unica formula che non tradisce, rimuovere gli ostacoli, prendersi cura dei territori, non lasciare indietro nessuno. Chi lo fa vince sempre. Chi invece, dopo una batosta elettorale, continua a leccare i piedi ad un singolo che urla vendetta – una voce arrogante, maschilista, che da anni perde consenso e si circonda solo di cortigiani interessati e precari – beh, quello non fa politica: fa il servo.
Questo dramma si consuma anche per il tradimento di molte sigle sindacali, affacciatesi di recente nel settore che hanno illuso gli associati con promesse di battaglia, ma hanno anteposto interessi personali e narcisismo, abbandonando colleghi e principi, tendendo trappole che hanno depistato persino le amministrazioni locali, inseguendo solo miserabili obiettivi egoistici.
A denunciare tutta questa vergogna, con l’amarezza di chi non si arrende, è la dottoressa Elisa Interlandi, presidente di ANMED, che proprio in questi giorni di Natale – mentre gli altri brindano o tacciono – continua imperterrita a bussare a porte di giornali e politici, nel silenzio assordante di chi ha venduto la categoria per un piatto di lenticchie.
E l’accusa più pesante la riserva al Governo e al Ministero della Salute: “Finché si continuerà a eseguire supinamente gli ordini calati da un singolo, senza mai confrontarsi con la realtà dei territori, si perderà consenso. Perché quando si tratta l’uomo come merce non si riforma niente ma si smonta tutto. E quando si smonta la fiducia, il malcontento prima o poi si trasforma nel modo più semplice e definitivo: un voto contro.”
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