Personaggi Diagnostica clinica, un cambio di rotta indispensabile

Intervista alla Presidente ANMED Interlandi Elisa

Elisa Interlandi, Presidente di ANMED

RomaIl via libera della Commissione Bilancio al Ddl sulle Prestazioni Sanitarie segna un passo decisivo per la diagnostica clinica.
La Dr.ssa Interlandi, Presidente di ANMED, sottolinea come si cominci finalmente a valorizzare un settore troppo a lungo considerato un semplice fornitore di numeri e referti, anziché un pilastro fondamentale nella prevenzione e nella presa in carico del paziente.

Dottoressa Interlandi, parliamo della riorganizzazione dei laboratori di analisi. Cosa sta succedendo esattamente nel nostro Paese?
“Sono ormai anni che assistiamo allo smantellamento progressivo della diagnostica clinica. All’inizio il piano era confuso, quasi invisibile, oggi invece è ben delineato. È evidente che finora la politica è stata spinta a legiferare verso un oligopolio che vedrà la diagnostica italiana svenduta, nella migliore delle ipotesi, a multinazionali straniere, o, peggio, assorbita da linee di credito di private equity. Il tutto secondo schemi di ingegneria finanziaria che altrove hanno già devastato interi settori.”

Ci sta dicendo che si tratta di una strategia studiata a tavolino?
“Sì. E non è una supposizione. Esistono precedenti documentati: settori come la sanità britannica, le case di riposo negli Stati Uniti o persino la distribuzione farmaceutica in Europa sono stati sconvolti dall’ingresso aggressivo del private equity. Questi investitori non costruiscono valore duraturo: acquisiscono, spremono e abbandonano. Una logica ‘mordi e fuggi’ che nulla ha a che fare con la salute pubblica.”

Lei parla di economia di scala come falsa promessa. In che senso?
“Da anni si parla di economia di scala nella diagnostica come se fosse sinonimo di efficienza e risparmio per il sistema sanitario. È importante chiarire, come sto facendo ogni giorno con giornalisti, politici e cittadini, che non c’è alcun vantaggio economico per lo Stato. il Sistema Sanitario rimborsa ai laboratori accreditati ogni singola prestazione secondo tariffe prestabilite, indipendentemente dal numero di analisi eseguite. Che un laboratorio realizzi 10.000 o 100.000 analisi del PSA, il rimborso per ciascun esame è identico. Non esistono sconti sulla quantità, né incentivi economici legati al volume. In pratica, la “storia” dell’economia di scala applicata ai laboratori di analisi non è servita a ridurre la spesa pubblica, ma ha avuto un altro effetto: rendere il settore diagnostico appetibile per gli investitori privati, fin dal 2011. Questo è il vero motore della concentrazione analitica nei cosiddetti HUB, non l’efficienza né il risparmio per lo Stato.

Eppure, ci dicono che grandi centri garantiscono maggiore qualità…
“È una bugia che va smontata pezzo per pezzo: la qualità della diagnosi clinica non è lasciata al caso, né tantomeno è collegata al volume di lavoro, ma è regolata da norme precise e rigorose. Tutto parte dalla base: gli strumenti utilizzati nei laboratori, come analizzatori e reagenti, devono essere conformi al Regolamento europeo sui dispositivi medico-diagnostici in vitro (IVDR – Regolamento UE 2017/746). Solo prodotti certificati possono entrare nel circuito diagnostico, ma la qualità non si ferma alla certificazione iniziale. Nei laboratori privati accreditati, l’obiettivo centrale è garantire l’affidabilità dei risultati in tempo reale. Per farlo, ogni giorno si eseguono controlli di qualità secondo standard internazionali. Questi controlli si dividono in: Controlli di qualità interni, svolti quotidianamente prima, durante e dopo e sessioni di analisi, per verificare che lo strumento funzioni correttamente e che i risultati siano coerenti; Verifiche Esterne di Qualità (VEQ): ogni mese, i laboratori conducono test alla cieca (blind test), su campioni a concentrazioni sconosciute. I risultati vengono poi confrontati con quelli ottenuti da altri laboratori. Solo se i dati rientrano in uno stretto intervallo statistico di accettabilità, il laboratorio viene considerato affidabile e conforme. In sintesi, dietro ogni risultato diagnostico ci sono procedure rigorose, controlli costanti e confronti oggettivi, che non lasciano spazio all’improvvisazione.

Quindi un laboratorio più grande non significa automaticamente maggiore qualità?
“Esatto. È assurdo pensare che chi fa 30.000 glicemie al mese le faccia meglio di chi le fa in un anno. La qualità dipende dai protocolli, non dai volumi. Eppure, questa bugia viene usata per giustificare la centralizzazione forzata delle analisi.”

Cosa comporta questa centralizzazione per il paziente?
“La centralizzazione forzata della diagnostica mette a rischio la qualità delle prestazioni sanitarie, perché si allunga troppo la distanza e il tempo tra il prelievo del campione e l’analisi dello stesso. Parliamo di una realtà che riguarda ogni giorno migliaia di cittadini: un prelievo effettuato alle 7:00 del mattino in un punto prelievo periferico può restare fermo per ore, in attesa del ritiro. Solo a mezzogiorno viene avviato verso un laboratorio centralizzato, distante anche 40 chilometri. Il traffico fa il resto. Nella migliore delle ipotesi, quel campione di sangue viene analizzato sei ore dopo il prelievo. Nel frattempo, il campione si degrada, con il rischio concreto di alterazioni nei valori o di emolisi, che rendono alcuni esami inaffidabili. Ma nessuno chiama il paziente per ripetere il prelievo. Nessuno segnala l’anomalia. Si va avanti, si referta, si archivia. Anche a costo di compromettere la diagnosi. Questa non è efficienza, questo è un arretramento nella qualità dell’assistenza.”

In altri settori si direbbe che è una follia…
“Esattamente. Pensate ai francesi che storcono il naso davanti a uno champagne che ha viaggiato troppo, perché sanno che il tragitto ne compromette le caratteristiche organolettiche. E noi invece mandiamo feci, urine e sangue a zonzo per la penisola, senza alcuna garanzia. È inaccettabile.”

Eppure, ci sono esami che richiedono effettivamente una centralizzazione, no?
“Assolutamente sì. Esami ad alta specializzazione che hanno un volume di richieste molto basso e costi elevati di reagenti. In quei casi ha senso accorpare. Ma per la diagnostica di base assolutamente non ha senso forzare la centralizzazione analitica. In dieci anni qualcuno ha fatto viaggiare milioni di campioni solo per fare ‘volume’, solo per profitto.”

E i pazienti sono informati di tutto questo?
“Oggi il consumatore pretende – giustamente – di sapere da dove viene ciò che mangia: sulle etichette del pesce troviamo l’indicazione precisa della zona FAO in cui è stato pescato, sulle uova c’è il codice dell’allevamento, sul vino l’indicazione geografica, sul latte il Paese di mungitura. È trasparenza. Ma quando parliamo di campioni biologici, di sangue, urine o feci destinati ad analisi mediche – dati sensibili, legati alla nostra salute – questa trasparenza scompare. Il cittadino spesso non sa nemmeno che il laboratorio in cui fa il prelievo non esegue alcuna analisi; non sa dove vanno i suoi campioni, chi li tratta, quanto tempo impiegano per essere processati o se hanno mantenuto l’integrità durante il trasporto. È una tracciabilità opaca. Eppure stiamo parlando della salute, non di una bottiglia di vino.”

Un’ultima riflessione sulla politica. Cosa chiede?
“Che apra finalmente gli occhi: fino ad oggi è stata forse complice inconsapevole di un disegno più grande, ma se continuerà su questa strada, ne diventerà protagonista consapevole. Cedere pezzo dopo pezzo la diagnostica italiana a logiche di profitto e ad attori finanziari internazionali significa svendere il Servizio Sanitario Nazionale. Chi governa non può ignorare che i fondi di investimento e i colossi industriali, una volta esaurita la redditività del settore, se ne andranno altrove, lasciando un vuoto professionale e strutturale in uno dei comparti più delicati della sanità: la diagnosi. Il paziente non è un codice a barre. La diagnostica clinica non è un sistema logistico da ottimizzare al ribasso. Dopo diversi confronti so che le Istituzioni si stanno assumendo con grande coraggio la responsabilità politica e morale di valutare l’impatto reale di queste scelte: sui cittadini, sull’equilibrio del sistema sanitario, sulla tenuta democratica del diritto alla salute. Nessuno pretende di eliminare i grandi gruppi diagnostici globali; esistono, e nessuno ne contesta il diritto ad investire, ma lo facciano nel rispetto delle regole e assumendosi i rischi d’impresa, non piegando la legge a proprio vantaggio e non manipolando il dibattito pubblico con retoriche ingannevoli.
ANMED sta preparando un dossier dettagliato, con infografiche, numeri, riferimenti normativi e scientifici, che verrà reso pubblico a breve.”

 

Tag Personaggi - Politica Nazionale - - - - - - - -