Se la medicina territoriale doveva essere la risposta alle carenze della sanità ospedaliera, ci troviamo di fronte alla sceneggiatura di una tragicommedia, dove a rimetterci sono sempre i cittadini e a guadagnarci – beh, chissà chi. Il report dell’Agenas fa emergere uno scenario che ricorda le grandi promesse della politica: roboanti, costose e, soprattutto, disattese. Eppure già nel 2022, l’attuale sottosegretario alla Salute, il farmacista Marcello Gemmato, aveva anticipato la linea di Fratelli d’Italia: «No alle case di comunità. Per offrire una concreta medicina di prossimità serve puntare sui medici di famiglia e sui farmacisti dotati di strumenti diagnostici di base». Un piano che oggi mostra tutte le sue criticità, scaricando la salute dei cittadini sulle spalle dei farmacisti — senza le competenze adeguate — e su dispositivi che, più che garantire diagnosi affidabili, sembrano perfetti per una lotteria: il risultato giusto, se esce, è pura fortuna.
Scatole vuote e illusioni ben confezionate
Alla fine del 2024, delle 1.717 Case di Comunità (CdC) previste, solo 485 risultano operative con almeno un servizio attivo. Ma attenti, un servizio attivo non significa che funzioni come dovrebbe! Infatti, di queste:
-
Appena 46 (meno del 3%) hanno tutti i servizi obbligatori e il personale medico e infermieristico previsto. Insomma, le vere Case di Comunità, quelle che sulla carta dovevano salvare la sanità locale, si contano sulle dita di una mano. Anzi, di due mani scarse.
-
118 strutture (7%) hanno i servizi minimi obbligatori, ma senza medici e infermieri. Ecco, queste possiamo chiamarle “Case del nulla”, un po’ come quei centri commerciali senza negozi dentro.
E attenzione: i fondi del PNRR destinati alle Case di Comunità devono essere utilizzati entro il 30 giugno 2026. Dopo quella data, il rischio è che qualsiasi ritardo si trasformi in un disastro finanziario, con la perdita delle risorse europee. Come al solito, la burocrazia italiana sembra fare a gara contro il tempo… e a perdere.
Per gli Ospedali di Comunità (OdC), pensati per accogliere pazienti a bassa intensità di cura, i numeri sono altrettanto sconfortanti:
- 124 strutture con almeno un servizio attivo su 568 previste, cioè il 22%. Un capolavoro di efficienza!
- In alcune regioni del Sud, poi, la situazione rasenta la farsa: Campania, Calabria e Sicilia sfiorano lo zero assoluto, con una o due strutture attive su decine programmate. Se fosse una gara olimpica, staremmo lottando per il record di immobilità.
Le COT, le Centrali Operative Territoriali, sono le uniche che sembrano rispettare le aspettative: 642 su 650 previste sono operative e 480 hanno superato i requisiti minimi. Ma tranquilli, non cantiamo vittoria troppo presto: senza un tessuto sanitario funzionante attorno, queste centrali rischiano di diventare call center sanitari, pieni di buone intenzioni ma con poche soluzioni pratiche da offrire.
Non si comprende perché a supporto delle COT non possano inserirsi satelliti, sfruttando le realtà già esistenti, studi polispecialistici supportati dalle nuove tecnologie e dalle condivisioni di piattaforme per diagnosi e cura. Si tratta di una rete che esiste già e che potrebbe funzionare immediatamente, ma che, chissà perché, si preferisce ignorare in favore di strutture nuove ma vuote.
Il report conferma che, anche dove le strutture sono state costruite, mancano i medici e gli infermieri. Quindi, ci ritroviamo con edifici nuovi di zecca, pieni di attrezzature che nessuno sa usare, con le porte chiuse o con un paio di operatori sanitari che dovrebbero coprire turni impossibili. Complimenti al genio che ha pensato di risolvere la sanità costruendo muri invece che formando e assumendo personale.
Ma attenzione, la beffa non finisce qui. Mentre si piangono miseria e carenza di organico nelle Case di Comunità, sembra che ci siano pressioni non ben identificate per smantellare i laboratori di analisi, quei centri che da anni offrono servizi rapidi e capillari ai cittadini. I laboratori di patologia clinica e medicina di laboratorio sono sempre stati un punto di riferimento per chi voleva un controllo veloce o approfondito, radicati nel tessuto urbano e nei piccoli paesi. Non solo garantiscono esami tempestivi, ma forniscono una continuità nel monitoraggio, utile per l’archivio sanitario e l’anamnesi dei pazienti. Insomma, un sistema che funziona davvero. Ma forse è proprio per questo che deve essere smantellato?
La verità è che il grande progetto della medicina territoriale rischia di trasformarsi nell’ennesimo fallimento ben confezionato. Se la sanità pubblica fosse un’azienda privata, chiunque avrebbe già chiesto il licenziamento dei responsabili. Ma, si sa, nel pubblico la colpa non è mai di nessuno.
Si spendono miliardi per costruire strutture che restano vuote, mentre si smantellano realtà funzionanti che offrono un servizio essenziale. Qualcuno ci spiegherà mai la logica dietro queste scelte? O dobbiamo rassegnarci all’idea che il problema non sia la mancanza di soldi, ma la mancanza di buonsenso?
Tag Fondi - Politica Nazionale - Regioni - 2026 - casedicomunità - europa - finanziamenti - fondi - italia - medicina - ospedali - PNRR - salute - sanità - territorio
