Un antico mito latino, narrato da Igino, descrive un litigio su chi avesse il diritto di vantare la propria titolarità sull’essere umano. Alla fine, Saturno stabilì che finché l’uomo fosse in vita, sarebbe appartenuto a Cura. Oggi, nella sanità campana, assistiamo a un capovolgimento di questo principio: sembra in atto una vera e propria contesa per disfarsi del peso della cura, scaricando responsabilità e oneri su chi – volente o nolente – resta sul territorio a gestire i servizi essenziali.
In prima linea si trova il governatore Vincenzo De Luca, che, nonostante i bilanci in ordine e il tentativo di conciliare le richieste ministeriali e le necessità dei cittadini, viene spinto sempre più verso il baratro di scelte impopolari. Come se il governo di Giorgia Meloni – e nello specifico il Ministero della Salute – fosse più affascinato dall’idea di “non rispondere”, piuttosto che sedersi al tavolo e offrire soluzioni condivise. Un comportamento che, stando alle ultime mosse, sembra finalizzato a sottrarre servizi ai cittadini e, al contempo, favorire l’ingresso di nuovi attori finanziari nel settore della sanità. (Per approfondire leggi La Riorganizzazione – Laboratori di analisi cliniche)
L’impegno di De Luca a difendere il “diritto alla salute” – pur con tutte le contraddizioni del caso – cozza contro una linea ministeriale che appare più una parata verbale che un percorso concreto di responsabilità. Le soluzioni tecniche che il governatore propone, tese a salvaguardare i posti di lavoro e l’offerta assistenziale, vengono bocciate o accolte con freddezza, in un botta e risposta che sembra più mediatico che realmente mirato al bene pubblico. Manca un’analisi etica trasparente, un confronto serio che vada oltre il gioco delle parti. Nel frattempo, i cittadini campani sono spettatori (e vittime) del rimpallo di competenze, mentre ospedali e ambulatori rischiano di subire tagli e chiusure, con un inevitabile esodo di pazienti verso altre regioni.
Il governo di Giorgia Meloni sembra aver messo in atto uno “sciopero bianco” che, a detta di alcuni, sarebbe il cavallo di Troia perfetto per alleggerire la discussione etica e politica: applicare in modo esasperato procedure e regolamenti, sino a rallentare i servizi e a dimostrare che “qualcuno” – non meglio identificato – sta impedendo un reale rilancio.
Questo quadro alimenta il “litigio” sulla responsabilità di cura: da un lato si invoca più efficienza, dall’altro si teme la trasformazione della sanità in un mercato alla mercé di capitali speculativi.
In un panorama dove la responsabilità sembra passare di mano come una patata bollente, il fascino dell’irresponsabilità – il non dover rispondere a nessuno se non agli elettori “amici” o ai poteri forti – è tangibile. Eppure, ci si chiede se la sanità e il benessere collettivo possano davvero piegarsi a tali logiche. L’auspicio è che, anziché continuare questo sterile scaricabarile, il Ministero e la Regione Campania si siedano ad un tavolo con lo spirito del primo mito di Cura: non per litigare per l’essere umano (leggi voto dell’essere umano), ma per garantire a chiunque, nella propria terra, il diritto alle cure. E non per un mero calcolo di convenienze, ma per una visione che risponda ai bisogni veri di un territorio e della sua gente.
