Sono 193 i laboratori di analisi cliniche in Campania al centro di una polemica politica che vede contrapposti Governo centrale e Regione, in un reciproco scarico di responsabilità. Una crisi che rischia di coinvolgere anche 40 aziende fornitrici locali e oltre 7mila famiglie campane.
Il presidente della Regione, Vincenzo De Luca, ha recentemente accusato il Ministero della Salute di “abuso”, criticando le modalità imposte per la riorganizzazione della rete laboratoristica regionale. Al centro della polemica, c’è la soglia minima imposta di 200.000 esami annui, che sta favorendo la concentrazione dei servizi diagnostici e spingendo alla chiusura delle piccole realtà territoriali, giudicate antieconomiche.
La riorganizzazione e la relativa soglia minima di efficienza, che nasce da un accordo Stato-Regioni nel marzo 2011, si presenta in Campania ufficialmente come una misura orientata all’efficienza e alla riduzione dei costi attraverso aggregazioni di tipo “hub & spoke“. Tuttavia, molti addetti ai lavori sottolineano come dietro termini quali “ottimizzazione” e “razionalizzazione” si nascondano operazioni che tendono sempre più alla finanziarizzazione della sanità, trasformando la diagnostica in un prodotto industriale.
Questa strategia ha attratto negli ultimi anni grandi investitori e fondi speculativi, che acquisiscono laboratori grandi per poi inglobare realtà minori, sfruttando il meccanismo “buy & build“. Un modello che pone il profitto (il ROI, Return on Investment) al centro delle scelte, trascurando spesso qualità, prossimità ai pazienti e tempestività diagnostica.
I piccoli laboratori chiudono così i battenti, impoverendo il tessuto sanitario locale e aumentando le distanze tra prelievo e analisi dei campioni.
Una dinamica già denunciata dall’Agenas nel 2009, che avvertiva del rischio di ridurre i laboratori diagnostici a semplici catene industriali scollegate dal contesto clinico.
Il consigliere regionale dell’opposizione Iannone (FdI) bolla le dichiarazioni del governatore come “un’operazione mediatica fine a se stessa”.
Tuttavia, analizzare i due specifici pareri ministeriali (il prot. n. 2/P del 14 gennaio 2025 e il prot. n. 9/P del 3 marzo 2025), citati nel documento tecnico di uscita dal piano di rientro presentato dalla Regione Campania, potrebbe chiarire chi stia davvero guidando scelte che mettono a rischio la sanità di prossimità.
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